FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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IL SOLE DEL RITORNO

Daniela Manzini Kuschnig




L'uomo stava appoggiato allo schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane. Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta e il vento caldo entrava carico di polvere e sabbia. Dall'altra parte della strada le facciate delle case brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, andavano in bici, calciavano un pallone, accudivano bambole, si rincorrevano. Una bambina giocava a stendere il suo immaginario bucato. Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero.
L' uomo guardava la scena con occhio distratto, perso com' era nei sui pensieri, che sapevano di caldo e sudore e sabbia e polvere, anche se erano calore e sabbia di altri luoghi, di paesi lontani. Ma adesso era tornato: per restare. Ne era convinto, che non si sarebbe più imbarcato, allontanandosi da quel paese la cui parlata gli era rimasta sempre appiccicata in fondo all'anima, nel sangue, la risentiva di notte, mentre cercava il sonno che non giungeva mai se non quando era tropppo tardi per evitare che lui si fosse avvoltolato nei ricordi facendosene un bozzolo, da cui, la mattina, non sarebbe uscita una larva rinata, ma solo lo spettro del passato che lo divorava. Aveva messo leghe di acque profonde e scure fra se stesso e il suo ieri, ma niente in fondo era cambiato. Ognuno porta dentro di sé quello che è stato, quello che ha fatto, e rimpianti e sogni finiscono per perdersi gli uni negli altri, prendendo contorni sfumati che rendono difficile il distinguerli. E così l'uomo da lungo tempo non sapeva più distinguere fra quelli che erano stati i suoi sogni e quelli che erano i suoi rimpianti, erano semplicemente trasmigrati, il sogno a divenire rimpianto, il rimpianto a nutrire un sogno nuovo.
La mezza bottiglia di vino gli sorrideva: la scostò, allontanandola. Allontanò anche il piatto. Gli doleva la testa, gli dolevano gli occhi: stava invecchiando, poco ma sicuro. Guardò fuori e la luce gli trafisse gli occhi. Li socchiuse. I bambini. Era stato uno di loro, ma era passata tutta una vita e adesso era lì solo per incontrare qualcuno, perché, a ben guardare, quella era la vera ragione del suo ritorno, quella della sua decisione a fermarsi. Le barche lo trovano un porto, no? Prima o poi. Lo trovano. E se lui poteva pensare ad un porto per sé, pensava al paese dove era nato. Da dietro la tenda arrivò una risata, una di quelle che ti mettono l'animo in pace con il mondo, profonda, piena, giovane. Di donna. Le rispose la risata dell'oste, gracchiante, oscena, gli parve una profanazione. Non si decideva ad andare. Eppure doveva. Un passo dopo l'altro. Fino a bussare alla porta. Fino a dire: " Sono qui. "
Gliela avrebbe sbattuta in faccia la porta, ne era sicuro. Ma lui avrebbe aspettato. Sarebbe stato paziente. Questa volta non sarebbe se ne sarebbe andato via. Adesso che alla fine aveva capito come funzionano le cose. tardi, troppo tardi, ma aveva capito. E se non serviva più a niente, pazienza. La ragazza tirò la tenda e entrò nella saletta. Iniziò a darsi da fare intorno, ripulendo un tavola qua, raddrizzando un angolo di cerata là. Aveva mani brune che sembravano fiori nella penombra del tramonto. Si avvicinò all'uomo, lo guardò sorridente, capelli neri, lucenti, occhi scuri, immensi, lui le fece cenno di portar via. Aveva il cuore stretto. Si pagano sempre gli errori. Lui pagava da tutta la vita. Gli era rimasto quel suo ultimo piccolo sogno. Si decise e si alzò. L' oste si fece avanti. L' uomo pagò. Salutò con un cenno, brusco, del capo ed uscì, sotto il sole. Incominciò a camminare nel sole. I bambini strillavano. La piccola stava raccogliendo il suo bucato immaginario, la donna sul balcone si era seduta in un angolo d' ombra vicino ad un rampicante verde e profumato e guardava in giù. Gli parve che guardasse lui. Che lo fissasse. Che lo riconoscesse. Non era possibile. Doveva essere una ragazzetta quando lui era partito. Eppure, mentre si allontanava, sentì una voce gridare, di chi fosse non sapeva, a chi si rivolgesse non sapeva, a qualcuno nel piazzale certo, ma non si girò a controllare:
"Ma non è Ennio, quello? L' Ennio della Fortunata?" In una frazione di secondo tutto si fermò: rimasero i gesti sospesi a mezz' aria, come se fosse capitata una magia...L' Ennio, il figlio della vedova del calzolaio, quella che si chiamava Fortunata, quasi uno scherzo le avevano giocato dandole quel nome. Vedova dopo pochi anni di matrimonio, senza un soldo, sempre a lavar panni e a pulire per gli altri e a cucire, con quel figlio solo, Ennio appunto, che combinava solo guai. Finché un bel giorno era sparito lasciandola a crepare sola come un cane in mezzo alla strada. Bel figlio! Ma Fortunata diceva, l'aveva detto anche al prete in punto di morte e l'avevano sentita tutti quelli che le stavano attorno:
" E' un bravo figliolo. Mi vuole bene. Io lo so. E' stato sfortunato. " Perché lei lo sapeva quello che l'Ennio provava, quel che covava dentro ed era solo voglia d' amare davvero e poi quella smania di andarsene per diventar qualcuno, per aiutare lei che fortunata non era mai stata se non in quel figlio e sposare Marianna che luceva come un sole di mezzanotte, perché i soli di mezzanotte ci sono e brillano come i fuochi fatui nei cimiteri.
Al cimitero del paese l'uomo era intanto giunto e dietro a lui, a distanza, quieti, curiosi, rispettosi, c' erano tutti, i vecchi che che sapevano la storia davanti e poi i più giovani, che sorridevano e si davano di gomito. Lo seguiva il paese dentro il cimitero bianco con l'erba gialla di troppo sole fino alla tomba della Fortunata che aveva aspettato per tutto quel tempo il suo ritorno, che poi anche se non fai i soldi è uguale e gliel'aveva detto anche Marianna piangendo appoggiata al suo braccio, non contano i soldi, conta l'amore. Adesso lui sapeva che tutto quel suo girare per il mondo in cerca del tesoro di monete e d' abbondanza era stato inutile: tornava più povero di quando era partito e per via aveva perso anche la giovinezza e tutto quanto, le sue speranze:
" Sono tornato, mamma. " disse alla tomba a destra, " Sono tornato Marianna" disse a quella a sinistra. Nessuna delle due donne gli chiuse la porta in faccia. Dagli ovali ingialliti sulle lapidi grezze parve che sospirassero solo: " Finalmente ".
" Non volevo che andasse così. Davvero. Ero sincero quando ho detto che andavo via per voi, per fare qualcosa per il futuro....Marianna, io non lo sapevo del figlio che aspettavi.....Non me l'hai detto, non me ne hai scritto, mai. Poi hai smesso di scrivere e io ho creduto di odiarti perché mi ha dimenticato, mi dicevo......Quando mi hanno fatto sapere di mia madre, che era morta, ho pensato, io ero quello che doveva permetterle di riposarsi, non la morte. Poi mi hanno fatto avere una sua lettera che non aveva fatto in tempo a spedire e lì mi mi diceva di te, del bambino, di come eravate morti insieme: mio figlio neppure il tempo di fare un sogno ha avuto, mi sono detto. Non doveva andare così. Non volevo che andasse così. Lo so che mi sentite. No, non voglio essere perdonato. Non ancora. Non adesso. Un giorno...se mai io mi perdonerò. "
A debita distanza, tutto il paese si era raggruppato, e rispettava in silenzio quell'incontro sotto il sole, quando proprio è più a picco che mai.
Dopo, solo dopo, gli si sarebbero fatti attorno, gli avrebbero fatto festa, come è giusto quando uno che tutti pensano sia andato via per sempre, fa ritorno a casa.


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