FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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IL SOLE DI MEZZANOTTE
Francesca Sampogna
L'uomo stava appoggiato allo schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane. Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta ed il vento caldo entrava carico di polvere e sabbia. Dall'altra parte della strada le facciate delle case brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, andavano in bici, calciavano un pallone, accudivano bambole, si rincorrevano. Una bambina giocava a stendere il suo immaginario bucato. Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero.
L'uomo si alzò, lasciò qualche biglietto sul tavolo ed uscì. La luce era accecante. Socchiuse gli occhi. Si era disabituato all'intensità di quella luce. Stava guardando il suo paese con gli occhi della distanza, occhi disabituati a tanta luminosità. Eppure anche lui aveva calciato un pallone in quel cortile, aveva rincorso lì i suoi coetanei. Qualche tempo prima.
Tanto tempo prima.
L'uomo fece qualche passo, poi si fermò a guardare le corse dei bambini. Le loro risa si confondevano con lo stridio delle cicale. Il suo sguardo si soffermò sui movimenti della bambina che stendeva il suo immaginario bucato, poi risalì fino al terzo piano, alla giovane donna con il suo bucato vero. La donna scrollava i panni con energia. I capelli alzati lasciavano cadere qualche ciocca sul viso abbronzato e bagnato di sudore. L'uomo, immobile nella strada, osservava quei gesti familiari. Voleva guardarla ancora qualche istante così, spontanea, rude nella sua semplicità. Esitava. C'era ansia per quell'incontro atteso da anni. No, lui non l'aveva dimenticata. Ma che cosa avrebbe letto negli occhi di lei? Sorpresa, gioia. Oppure rabbia, astio. Indifferenza. Certo, doveva aspettarselo. Dopo cinque anni di assenza. D'altra parte, come spiegare? Come raccontare quella forza che lo aveva chiamato, quella domanda che risuonava come una campana nel suo cuore?
Un giorno era partito. Era partito verso il sole di mezzanotte. Da quando lo aveva visto in un documentario, non era riuscito a toglierselo dalla testa. Era il suo tesoro, la sua meta. Dal suo stipendio, che permetteva appena la sopravvivenza a lui ed alla sua famiglia, aveva deciso di togliere ogni mese ventimila lire, per poter acquistare il biglietto per il viaggio. Così, mese dopo mese, anno dopo anno, la somma era stata raggiunta. Un giorno aveva detto ai suoi cari "Parto". Ed i suoi non avevano neppure capito come questo verbo fosse uscito dalla sua bocca. In quel paese non si usava mai. In quel paese la vita trascorreva fino alla morte. I parenti non avevano avuto il tempo di riprendersi dallo stupore, perché lui era partito davvero. Aveva viaggiato per giorni, passando da un treno all'altro, e finalmente aveva raggiunto la sua meta. Era arrivato a K., erano le ventidue, ed una luce chiara illuminava le abitazioni. Era giunto ad una spiaggia. Il sole di mezzanotte lo aveva immaginato così. Sul mare. Le ventitré, poi mezzanotte. Ed il sole come una palla di fuoco sospesa sul mare. Allora l'uomo era stato pervaso dalla pace. Quella domanda incessante si era acquietata. In quel momento, con la pace nel cuore, egli aveva davvero capito il senso di quel viaggio
Poi, però, non c'erano soldi per tornare. Era pazzesco, ma lui aveva pensato soltanto all'andata. Voleva tornare subito, certamente. Così si era rimesso in viaggio. Di villaggio in villaggio, aveva tentato di racimolare qualche soldo, ma tutto serviva per la sopravvivenza. I soldi non erano mai abbastanza per tornare. Così erano trascorsi cinque anni, senza che neppure se ne accorgesse.
Come spiegare quella partenza cinque anni dopo?
L'uomo si fece coraggio e si mosse. Entrò nel cortile desolato di un palazzo bianco. Salì al terzo piano e bussò ad una porta bianca. La giovane donna, con i capelli alzati ed un lenzuolo bagnato tra le mani, aprì la porta.
"Papà!" sussurrò, e rimase immobile.
"Ciao, Caterina", disse l'uomo simulando tranquillità.
"Entra".
Si sedettero su due sedie in cucina. Si guardarono. Il silenzio era colmo di incertezza. Però era un silenzio colmo di sentimenti. Doveva esserci anche dell'amore. Dalla strada giungevano le grida e le risate dei bambini. L'aria era immobile. Le persiane abbassate per impedire al sole rovente di invadere le stanze. Nella penombra gli oggetti come immagini irreali. L'uomo e la giovane donna seduti uno di fronte all'altra.
Il silenzio era colmo di sentimenti, e non vi era alcuna domanda. L'uomo se ne accorse, perché dopo soltanto qualche istante sentì che non era necessario dare risposte.
Non c'erano domande.
"Devi essere stanco. Bevi qualcosa" disse la giovane donna porgendogli un bicchiere opaco per la frescura dell'acqua. L'uomo bevve a grandi sorsi, e provò un'intensa sensazione di refrigerio. Non poteva essere soltanto l'acqua. Era quel volto sereno e deciso, era quel silenzio colmo di sentimenti, era quell'assenza di domande.
"Quanti anni ha la tua bambina?, chiese l'uomo con tenerezza.
"Sette. Vieni, ti faccio vedere la sua stanza."
L'uomo la seguì in una stanzetta gioiosa di bimba. Bambole, giocattoli. Una stanza di bimba.
"Questi sono i suoi disegni".
Su una parete dei grandi fogli esibivano colori sgargianti, personaggi stilizzati dalle grandi mani, soli gialli con i raggi lunghissimi, casette dal tetto a triangolo e dalle innumerevoli aperture. Su un foglio, sul più grande, soltanto un immensa palla di fuoco. Un sole rosso e giallo. Sopra un'immensa distesa di mare.
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