FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA SOSTA
Anna De Chiara
L'uomo stava appoggiato allo schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane. Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta e il vento caldo entrava carico di polvere e di sabbia. Dall'altra parte della strada le facciate delle case brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, andavano in bici, calciavano un pallone, accudivano bambole, si rincorrevano.Una bambina giocava a stendere il suo immaginario bucato.Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero.
Una mosca roteava sul piatto cercando il coraggio di posarsi. L'uomo cerco' di immaginare il suo punto di vista. Mille piccoli occhi sfaccettati a restituire frammenti di scenari. Sotto di lui improvvisi squarci di avanzi di formaggio, forse mescolati all'odore della mano che sostiene una forchetta unta. Basta. Era proprio ora di lasciare la mia cena alla mosca titubante ed avviarmi a casa. Il pomeriggio era precipitato verso il tramonto con una velocita' che non cessava di sorprendermi: il cielo non manteneva lo stesso colore per piu' di venti secondi. L'aria piu' fresca si mescolava alla calura del giorno, ma prima di fondersi in un'indistinta tiepida umidità, solleticava per un attimo la pelle, asciugando il sudore.
Misi la mano in tasca. Le chiavi, calde e pesanti, erano al loro posto. Fra poco avrei aperto la porta e sarei stato investito dall'odore familiare della mia vita, un misto di calzini usati e gelsomino fiorito, la nausea di un disordine con ambizioni poetiche. Davanti alla porta mi fermai a sognare. Immaginai di sentire la sua voce cantare fra le mie pareti e di essere avvolto dalle sue braccia fresche come lenzuola di lino. Chiusi gli occhi per fermare la sensazione che mi scivolava nella mente come in una voragine buia. Un attimo ancora, solo una piccola fuga dai rumori della strada, dalle voci di madri che richiamano i figli, dai saluti e le risate di persone che si incontrano, cosi' estranee alla mia solitudine. In casa, naturalmente non c'era nessuno. Ma c'era una busta bianca sul pavimento, che raccolsi con la consueta falsa noncuranza. L'aprii. Sapevo che si trattava di un suo messaggio. M'aveva lasciato senza dire niente. Ora tentava di colmare quel silenzio imperdonabile con mille parole scritte su fogli sottili. Ma non era la sua voce. Non c'erano i suoi occhi ad insegnarmi a capire, ne le sue mani frettolose a disegnare immagini di aria. Lessi la lettera cercando in ogni frase le parole che sapevo, non avrei trovato. Le piccole parole che me l'avrebbero restituita. All'ultima riga ripresi a respirare. Bruciai la lettera come ogni sera e mi versai un bicchiere di raki. Un tempo avevo creduto che il mondo fosse un atlante animato creato per farmi scoprire paesaggi sempre nuovi. Avevo attraversato montagne, navigato, percorso strade in tutti gli angoli del mondo. Le persone mi avevano accolto per la mia curiosa allegria. Le donne si erano innamorate perche' sapevano che non sarei rimasto, gli uomini mi avevano perdonato per lo stesso motivo. Guardavo il mio corpo stanco come se non fosse piu' quella meravigiosa macchina che assorbiva emozioni per correre verso esperienze sempre nuove. A volte pensavo di essere morto e rinato con una nuova identita'. Tu eri la madre che aveva partorito questo nuovo me stesso. Tue le mani che mi avevano fermato, sospendendo la mia esistenza ad un filo tessuto giorno dopo giorno. Poi te ne eri andata. Una mattina come tutte le altre, dopo una notte di risa e di abbracci, dopo che per l'ultima volta ti avevo detto che tanto non sarebbe durata, che presto sarei partito per seguire il mio spirito piu' vero, avevi lasciato la nostra casa prima che lo facessi io. E cosi' mi avevi intrappolato, negandomi per la prima volta di decidere il seguito della mia storia, stravolgendo un programma che credevo immutabile, facendomi capire quello che avevo perduto.Costringendomi all'attesa, unica strada che sapevo ancora percorrere con la sicurezza di un tempo.
Il gelsomino sul terrazzo lasciava cadere i suoi fiori come piccole stelle bianche con scia di profumo. La notte preparava la sua entrata sciogliendo la mia malinconia in lacrime di impotenza. Avrei imparato qualcosa in questo viaggio dentro me stesso, questa era l'unica speranza. Scostai la tenda dal letto e mi disposi ad accogliere i sogni che mi mandavi ogni notte, come le tue lettere. Forse, domani saresti ritornata.
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