FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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SUDAMERICA

Manlio Ranieri





L'uomo stava appoggiato allo schienale della panca, sul tavolo aveva lasciato mezza bottiglia di vino, un poco di formaggio nel piatto e qualche pezzo di pane. Nel locale c'erano pochi avventori e l'oste era scomparso dietro una tenda, forse in cucina. Una finestra era aperta e il vento caldo entrava carico di polvere e sabbia. Dall'altra parte della strada le facciate delle case brillavano al sole: sotto un portico alcuni bambini giocavano diversi giochi tutti insieme, andavano in bici, calciavano un pallone, accudivano bambole, si rincorrevano. Una bambina giocava a stendere il suo immaginario bucato. Sua madre, tre piani sopra, stava invece stendendo nella canicola il bucato vero.
L'uomo era pronto a ricominciare: non aveva più un'identità, almeno in attesa di crearsene una nuova, né una casa, o un posto dove dormire; appena arrivato, la prima cosa che gli era venuta in mente di fare era stata quella di mettere qualcosa sotto i denti, e soprattutto di accompagnarla con del buon vino. Non pensava, però, di trovarne di così buono anche lì, e quella fu la prima vera sorpresa.
La seconda fu molto meno piacevole.
Aveva avuto quella che si definisce una dritta, in Italia, un personaggio di cui fidarsi, e capace di costruirgli una identità in poche ore, e di regalargli l'occasione di rifarsi una vita, ripartire da zero.
O meglio, da duecento milioni in banconote del Caravaggio, da convertire al più presto in dollari.
L'uomo si alzò dal tavolo, versò l'ultimo bicchiere di vino e lo mandò giù in un sorso, bussò sul bancone, aspettando che l'oste si facesse nuovamente vivo, quindi gli lasciò i soldi per saldare il conto, senza dire una parola. Poi si incamminò, verso il posto in cui sarebbe nato per la seconda volta: una tipografia poco spaziosa, l'odore della carta e dell'inchiostro sovrastava ogni cosa e le finestre erano così piccole ed unte che vi entrava pochissima luce. Appena entrò gli occhi avvertirono violentemente la differenza con l'esterno, dove il sole implacabile illuminava tutto con una decisione quasi ostinata, e ci misero qualche secondo per abituarsi alla semioscurità ed incominciare a distinguere qualcosa. Un piccolo ometto un po' curvo sulle spalle sedeva ad un tavolo ed esaminava attentamente il proprio lavoro.
"Hola, hombre..."
Il tipografo si alzò, e si diresse verso di lui, gli strinse la mano e borbottò, a bassa voce e in una lingua piuttosto diversa dallo spagnolo che L'uomo aveva imparato a parlare in Italia: "Tu devi essere l'italiano..."
"Esattamente..."
Il messicano lo squadrò, in silenzio, e L'uomo si sentì incredibilmente a disagio; restò in piedi, immobile, con lo sguardo fisso verso un angolo della stanza, in attesa.
"I soldi..."
"Come?"
"I soldi!"
L'uomo gli porse una valigia, e l'altro la osservò in silenzio, poi fece scattare le due chiusure, e l'aprì. Sussurrò "Madre de Diós..."
Un attimo di silenzio, poi continuò: "...bene, dieci di questi restano a me, tu puoi tornare domani, e avrai i tuoi dollari e il tuo passaporto messicano." Gli porse la mano, ma vide che L'uomo esitava. "Ti devi fidare. Non c'è altra possibilità".

L'indomani L'uomo era diventato Manuel Blanco, trentunenne messicano dalle antiche, ma solo antiche, origini italiane. Nessuna traccia più di Dino Caiano, ventinovenne disoccupato casertano, ricercato per rapina e sospettato dell'uccisione della guardia giurata in servizio alla Banca Nazionale del Lavoro, quella ormai lontana mattina di giugno.
Ma lui, quella persona, non l'aveva uccisa; anzi: aveva urlato di no, disperato e con tutto il fiato che era riuscito a tirare fuori, mentre Antonio sparava - lo sapevo che non ce lo dovevamo portare quel coglione di Antonio, è fuori di testa, con tutta la merda che prende -, poi era scappato, con la valigia in mano e una paura fottuta di essere preso. Avvertiva quasi un dolore lancinante nella schiena, ogni volta che sentiva partire un colpo di pistola, ma poi riusciva a continuare a correre, e si diceva anche questa è andata. Antonio e Pasquale erano stati presi, questo era riuscito a vederlo, e lui non avrebbe avuto la possibilità di rimanere a piede libero ancora per molto, nella sua città.
Da quel giorno non era più riuscito a dormire tranquillo, naturalmente: lo avevano tormentato, ogni notte, la guardia giurata, morta per la sola colpa di aver tentato di fare il proprio dovere, e a tratti la sua fidanzata, nel momento in cui gli diceva, con aria gelida e severa, come ho fatto a pensare persino di sposarti, come dovremmo tirare avanti, secondo te, solo col mio stipendio che oggi c'è domani non si sa, non hai mai lavorato un solo giorno in vita tua, secondo me non sei altro che uno sfaticato e ti trovi bene così come stai, finché c'è chi pensa a te.
Ma lui ci aveva anche provato, e di questo non lo si poteva accusare; solo che non gli era proprio riuscito di lavorare come un cane per dieci ore al giorno e per qualche centinaio di milalire la mese e a dire anche accontentiamoci, che questo offre il mercato, ed è sempre meglio di niente.
No.
Aveva sempre lasciato.
E in effetti, in questo, come non dare ragione alla sua donna: era pigro. Ma se si potevano guadagnare duecento milioni in pochi minuti, perché doversi spaccare la schiena per sessanta ore alla settimana, senza guadagnare neanche la centesima parte di tanto? Perché solo i figli degli imprenditori dovevano avere un posto fisso con cui guadagnare tanto senza alzare un dito?
In fondo non era colpa sua, se era nato da un operaio e da una casalinga, in uno dei quartieri più poveri della città.
In fondo non era colpa sua se non si era potuto permettere di pagarsi gli studi, dare uno o due esami all'anno all'università e intanto andare in giro con un macchinone per i luoghi più in della città.
L'avrebbe fatto, se solo ne avesse avuta la possibilità.
Gli sarebbe piaciuto studiare medicina veterinaria, perché adorava gli animali.
Ma ora basta.
Ora con i duecento milioni si sarebbe messo su un'attività onesta, sotto il nome di Manuel Blanco, e si sarebbe anche trovato una bella muchacha messicana, con la quale recitare la parte dell'uomo ricco, che le avrebbe dato la serenità e una famiglia felice, tanti chicos allegri e chiassosi che gli giocavano intorno e lo chiamavano papà. Una volta tanto.
Pensava proprio a questo, alla sua Carmen - le aveva dato persino un nome -, quando sentì qualcuno che lo chiamava: "signor Caiano Dino!"
No.
Non si sarebbe dovuto voltare, visto che ormai lui era Manuel Blanco, trentunenne messicano dalle antiche, ma solo antiche, origini italiane.
Ma la forza dell'abitudine...
Vide due uomini, eleganti, dai tratti somatici europei - troppo europei per poter essere suoi alleati - che si dirigevano verso di lui, con passo affrettato. Prese a correre, più veloce che poteva, e gli parve di rivivere la scena della rapina, la sua fuga disperata, gli spari alle spalle.
BANG!
Tutto come allora.
Tranne per il fatto che, questa volta, il dolore lancinante nella schiena lo avvertì davvero.
Perse l'equilibrio, cadde per terra, sentì il sapore aspro della polvere impastargli la bocca.
Poi, il buio.


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