Vialetto VIa
di Riccardo Tommasini


"Qui dentro l'attesa sembra sufficientemente lunga da permettermi di formulare grandi, immaginose domande. Ad esempio: perché si glorifica sempre così tanto l'intelligenza dell'uomo quando il suo tratto fondamentale è la stupidità? E' sempre colpa di qualcuno quando succedono certe cose.
Prendete il mio caso. Io sono qui, mi sento abbastanza bene -salvo forse qualche problema di respirazione, arti anchilosati e così via - eppure, a dispetto di ogni logica, mi trovo rinchiuso in questa cassa di legno foderata di cuscinetti all'interno. Certo, sul morbido si sta comodi, ma ho paura che se non succede in fretta qualcosa di determinante comincerò ad avere un attacco di nervi. E' monotono, sapete, inoltre è tutto buio."

Sì, lo so cosa state pensando: "Oddio, non se ne può più, ormai Poe l'hanno letto tutti, trovate qualcosa di più originale del solito sepolto vivo." Già, fate in fretta voi, ma se a me mi hanno chiuso qui dentro cosa ci devo fare, starmene buono buonino solo perché non sono neanche originale? E no eh! Scusate tanto, ma almeno fatemi il favore di starmi ad ascoltare. Se poi poteste farmi il favore di prendere un cacciavite e venire a levare questo stupido, ma solido (come è usualmente solida la stupidità, del resto) coperchio di legno, mi fareste un favore, anche se un po' inutile. E sempre che non vi dia troppo fastidio il fatto che sto cominciando un po' a decompormi.
Ebbene sì, temo di doverlo ammettere, secondo i parametri tipici della scienza cosiddetta "moderna" sono morto, quindi, come prevede la solita moderna scienza medica, inizio a decompormi. E a puzzare un pochino, temo, ma vorrei vedere voi, al posto mio. Ma allora come faccio a parlarvi, direte voi.
E io che ne so? Non ho mica tutte le risposte. E nemmeno la "moderna scienza medica" le ha, a quanto pare. Del resto voi come fate a sentirmi? Il problema è lo stesso, solo che voi siete così egocentrici da pensare che lo strano sia io, e che quindi tocchi a me spiegare la faccenda. Mica giusto.
Mica giusto, anche se capisco i vostri dubbi, perché fino a qualche tempo fa (non chiedetemi quanto, qua il tempo non passa mai, non abbiamo idea dello scorrere dei giorni e delle notti, l'unica sensazione che ci è rimasta è quella di parlare e sentire) facevo parte anch'io del vostro gruppo, senza pensare mai che quel gruppo rappresenta una minoranza tra gli esseri viventi, pardon, esistenti, e che quindi, essendo minoranza, non può pretendere di aver ragione secondo nemmeno quello strano assioma che dice: "se lo pensano i più deve essere vero". I più siamo noi.
Del resto si dice no? "Passare fra i più"; non suona così quel dolce eufemismo che si usa quando qualcuno muore? E allora di che ci si stupisce? E' solo che uno non ci pensa, di solito.
Ma è tutto legato al concetto di morto che c'è attualmente in circolazione; è un concetto di morto molto poco rispettoso, lasciatemelo dire: "E' passato a miglior vita", "adesso non soffre più, poveretto"; mi sembra ancora di sentirli, i commenti al mio funerale. Come se adesso non esistessi più, non sentissi più niente: mica vero. Prima vi ho detto che abbiamo la sensazione di sentire e parlare, ma non vi ho detto che abbiamo anche qualche sensazione corporea, di tanto in tanto; non so come sia possibile, ma accade. Purtroppo sono molto rare (non è vero che sono anchilosato e che i cuscini sono morbidi, è che io me li immagino così), ma quando capitano ce le raccontiamo tutte nei minimi dettagli, e ci divertiamo un sacco. Come tutti chi? Io e gli altri morti che abitano qui, al camposanto.
Ah, perché credevate che fossi solo io a riuscire a scambiare quattro chiacchiere? Ma figuratevi! Cosa faccio, parlo da solo? Sono morto, mica pazzo! E poi sai che noia, altrimenti. Invece così qualcosa combiniamo. Qualche tempo fa ho avuto un crampo alla gamba sinistra; beh, non un crampo vero e proprio (dubito che sulla mia gamba sinistra sia rimasta abbastanza carne da avere un crampo) ma io l'ho sentito! Sapete come capita, iniziate a sentire il muscolo che si irrigidisce, poi comincia a fare male. Allora di scatto vi alzate in piedi e appoggiate a terra la gamba dolorante, con forza. Ecco, a me di alzarmi in piedi non mi è venuto tanto bene, ma se avessi potuto l'avrei fatto senz'altro. Che sensazione ragazzi: è da un po' che la racconto a tutti, qua dentro, con dovizia di particolari e rispondendo a tutte le domande che mi fanno: "ma era forte?", certo che era forte; questa cosa qui manda tutti in visibilio, perché solo a quelli morti da non troppo tempo capita ancora di avere sensazioni intense, col tempo si annacquano.
"E' partito dal basso o dall'alto?", "Ma quanto è durato?", "Raccontaci ancora di quando ti è passato". A voi sembrerà un po' scema, questa cosa del raccontarsi le sensazioni, i crampi poi! Ma vi capisco, voi ci annegate ogni giorno nelle sensazioni, e non sapete apprezzarle per quello che valgono. Provate a pensare, però, che un giorno sarete qui di fianco a me, distesi senza potervi muovere, e, se ci riuscite (concentratevi, che non è facile) cercate di immaginare di non poter provare più alcuna sensazione. Nessuna sensazione.
Niente caldo, niente freddo, nè fame, nè sete; basta mal di piedi, mal di schiena; non potrete sentire più la vostra mano che stringe un bicchiere di vino rosso, o che si appoggia sul ginocchio della vostra donna; non esisterà la pioggia che vi picchietta sul viso, o il vento che vi scompiglia i capelli; non potrete più sentire una mano che vi accarezza, o delle labbra che vi baciano. Più niente. Però vi ricorderete che esistevano, e comincerete a pensarci sempre di più, dandovi degli stupidi perché non avete approfittato del tempo che avevate a disposizione per fissare nella mente quei ricordi, quei momenti unici, veri istanti di piena vita strappati allo scorrere del tempo.
E' per questo che adesso siamo tutti qui, a raccontarci i ricordi delle sensazioni della nostra vita, e a rammaricarci di non ricordarli mai abbastanza bene. Vi siete fissati bene in testa l'ultima volta che avete baciato qualcuno? Se non lo avete fatto, cercate di pensarci, la prossima volta.
Così, come vi dicevo, andiamo fuori di testa per quelle rarissime volte che sentiamo ancora qualcosa, e non avete idea di quanto lo sappiamo apprezzare, ora. Del mio crampo ho un'immagine così vivida, così precisa in tutte le sue sfumature, l'ho memorizzato così bene in tutti i suoi più piccoli particolari che vale molto di più del ricordo di una carezza distratta di quando ero vivo. E piano piano ci stiamo facendo un piccolo campionario di sensazioni: chi un crampo, chi un prurito, chi un po' d'artrosi, alcuni anche delle sensazioni lievi, a volte, come una carezza o una lacrima sulla guancia. Poi c'è Giorgio Ricci, quello in fondo al vialetto, che dice che lui ha avuto la sensazione di un'erezione, una volta, ma qui non ci crede nessuno; siamo morti, mica fessi.
L'altro grande passatempo, tra di noi, è raccontarsi delle storie. E qui vado forte, perché anche da vivo ero bravo a intrattenere la gente (facevo il venditore, potete immaginare...) e quando mi metto a raccontare fanno tutti un silenzio, scusate il gioco di parole, di tomba. Sono bravo perché so cosa vogliono sentirsi raccontare; non importa se non c'è suspense, o il finale a sorpresa, quello che conta è che ci siano tante sensazioni e, ogni tanto, un po' di sentimento. A stare qui si diventa un po' malinconici, tutti quanti, teneri e meno teneri. Anche il rag. Poletti, che da vivo faceva il commercialista e lavorava in combutta con un usuraio, e che quando si sentiva sentimentale diceva che lui il cuore lo portava qui, sotto al portafogli, adesso quando comincio a raccontare zittisce tutti per non perdersi una parola. Ma voi di sensazioni ne avete così tante che è inutile che ve le racconti; magari potreste venire a trovarmi, di tanto in tanto, e raccontarmele voi, eh? Io sono Locatelli. quello del vialetto IVa, con la lapide a forma di cuore (qui mi hanno preso per i fondelli da morire, quando l'hanno deposta; una lapide a forma di cuore, sembrava una bomboniera, sembrava. Aspettate che arrivi anche mia moglie, poi sentite cosa le dico).
Magari a voi andrebbe di sapere come è stato che sono passato a miglior vita, vero?
In realtà non è stato niente di speciale, non vorrei deludervi, comunque vi racconto.
Come vi ho detto, io facevo il venditore: per la precisione ero un rappresentante di una piccola azienda lombarda che produceva e vendeva gadgets. Sì, avete capito bene, gadgets. Quelle cianfrusaglie assolutamente inutili che gli altri rappresentanti (quelli di medicinali, di vestiti, di formaggi o che so io) vi piazzano in mano quando devono vendervi qualcosa, dicendovi: "guardi cosa le regalo, lo facciamo fare apposta per noi e i nostri clienti". E voi vi ritrovate in mano una penna che non scrive nemmeno sotto tortura e che comunque non potreste mai usare, perché ha la forma di un ananasso, o di un paperino o di qualunque altra cosa che la renda impossibile da impugnare; oppure una trottola con sopra degli strani disegni a spirale, che a fissarli troppo viene il mal di mare, e che a farla girare nella sua vaschetta non si ferma più (vi siete sempre chiesti come funziona vero? Beh, non ve lo dico!); o ancora quei portachiavi enormi e leggerissimi, che così se le chiavi vi cascano in acqua non vanno a fondo (quelli piacciono moltissimo: ma dove parcheggiate di solito tutti quanti, in cima ai moli, per preoccuparvi delle chiavi che annegano?).
Io insomma giravo per Lombardia e Piemonte con la macchina piena degli oggetti più assurdi e inutili e ridicoli che mente umana abbia mai concepito, a parte gli abiti delle sfilate di alta moda e quei cani Dalmata in ceramica alti un metro e mezzo che vendono all'uscita delle autostrade (Dio solo sa perché proprio lì).
L'ultimo gadget era una scatolina di metallo, chiusa ermeticamente e perfettamente vuota, con sopra la scritta: "H2O liofilizzata, versare in un bicchiere e aggiungere acqua". In genere i clienti prima la guardavano un po' sconcertati, poi bisognava spiegargli la battuta senza dare l'impressione che loro non l'avessero capita, al che si mettevano a ridere fragorosamente e ne compravano una cinquantina, "perché è uno scherzo intelligente". Mah! Comunque si vendevano bene.
Dove ero rimasto? Ah, sì, la sera che sono morto. Io stavo finendo il mio giro, ed ero andato in un paesino del varesotto, dove ero riuscito a piazzare quattromila gomme per cancellare, con sopra scritto "mi piego ma non mi spezzo" ad un'azienda che produce matite. Una bella giornata insomma, almeno dal punto di vista lavorativo, perché era novembre avanzato, faceva buio e c'era una nebbia che si faceva fatica a vedere la striscia gialla di fianco alla strada. Comunque ero contento. Mi ero fermato a un distributore, e mentre il ragazzo si occupava della macchina ("quanto?" - "cinquantamila, grazie") ero andato a telefonare a casa per avvisare che stavo rientrando. Questo è stato il mio primo errore. Il ragazzo che faceva benzina non aveva l'aria particolarmente sveglia (mi ricordava vagamente mio cugino Mattia, che da ragazzino rimaneva sempre incastrato con la testa nelle porte girevoli perché "non si riesce a tenere il ritmo", come si giustificava lui), ma comunque riuscì a mettere cinquantamila lire di super nel serbatoio. Peccato che la mia macchina fosse un diesel.
Riuscii a fare solo una decina di chilometri, in quella fottutissima nebbia, prima che la macchina comiciasse a tossire e saltellare come uno che ha ingoiato lo spazzolino da denti. Così dovetti fermarmi di lato alla strada per andare a cercare un telefono. Sono uno dei pochi rappresentanti che non ha il cellulare; in qualche misura, questo fu il mio secondo errore, perché mi costrinse a scendere dalla macchina, che fu il mio ultimo errore. Io non lo sapevo, ma non mi era rimasto molto da vivere. Sapete, alcuni sostengono che quando uno sta per morire vede una grande luce bianca, abbagliante, e sente la voce di Dio che lo chiama. Io la luce la vidi, ma se Dio non assomiglia ad un grosso autotreno rosso con l'omino michelin sul paraurti, e la sua voce non sembra quella di un turbodiesel da quattrocento cavalli, io devo essere stato proprio messo sotto.
Tutto qui. Niente fine gloriosa, come avete sentito. Del resto, ben poca gente fa una fine gloriosa. Di tutto il camposanto, c'è solo Franco Anselmi, che ha fatto piangere dalla commozione tutto il suo paese perché per evitare di investire un cane ha sterzato di colpo e si è schiantato contro un muro, rimanendoci all'istante. Al suo paese non lo sanno, che lui quel cane non l'ha nemmeno visto, e che l'unico motivo per cui ha sterzato è che si è addormentato di botto sul volante, da tanto che era ubriaco. Ma tant'è, così va la vita.
Di solito si muore sempre per piccole cose; avete visto me? Piccole cose. Se avessi controllato il ragazzino dal benzinaio, o se lui non si fosse sbagliato, costringendomi a fermarmi, sarei vivo. Se avessi avuto il telefono in macchina, sarei vivo; se avessi guardato con più attenzione, prima di scendere dalla macchina... Piccoli errori, con conseguenze enormi. Piccole stupidità, come ne facciamo tutti i giorni. Dovrei prendermela con quel ragazzo perché sono qui? No, dai, sarebbe ingiusto. Ma allora quegli errori, i miei e quello del ragazzo, sono veri o finti? Importanti o ininfluenti? E bisognerebbe vivere pensando che ogni minima cosa che facciamo è potenzialmente catastrofica? Non credo. E' che forse esiste veramente un destino, un sottile disegno a cui siamo legati in modo indissolubile, se, nonostante la nostra vita possa essere grandiosa, e importante, e ricca e piena la nostra morte può sempre essere di una banalità sconvolgente. E che cosa dovremmo fare, smetter di vivere per questo? O lasciare che la vita ci scorra addosso come l'acqua sul marmo, perché tanto poi non si sa mai come (e quando) va a finire? No, no, tutto sbagliato. Ascoltate me, che di vita ne so qualcosa (sapeste quanto ci penso, qui sotto, e come mi manca): nemmeno io so cosa succederà tra qualche secolo (o millennio, che ne so?), ma perché non sfruttare quello che si ha, finché si ha? Datevi da fare, riempite i polmoni con tutta l'aria che potete, guardatevi intorno; e ricordatevi le sensazioni. Pensateci adesso, alle sensazioni, che voi potete ancora farci qualcosa: il caldo, il freddo, il blu, il rosso (ragazzi, che bello che era il rosso), il giusto, lo sbagliato, il bello e il piacevole; il piacere di qualcuno che ti sorride, che ti abbraccia, che ti prende in giro. Darsi una pacca sulla spalla e piantarla con questa fesseria degli sbagli che si commettono, e dei rischi che si corrono, che non sono mai nè grandi nè piccoli, perché non sappiamo dove ci portano, come non sappiamo dove ci portano tutte le scelte che facciamo, anzi, che facevo (che invidia, poter ancora fare delle scelte, ecco dove sta la vita, nel poter fare delle scelte); per questo adesso mi sento così, come se potessi avere una crisi di nervi (magari!): perché sono morto da troppo poco tempo per essermi abituato, per non pensare a quando, ancora vivo, mi preoccupavo delle più grosse scemenze, i soldi, la macchina, la carriera, e bruciavo il poco tempo che avevo a disposizione, e mi preoccupavo più di non fare errori che di vivere.
Io non ho mai vissuto troppo bene le mie emozioni, nè le mie sensazioni: le evitavo, perché erano inutili e fastidiose, come il caldo, il freddo, o gli spruzzi sul viso; o perché erano dolorose, come la malinconia, la nostalgia, il rimpianto; perché pretendevano tanto da me, ed erano faticose e mi distraevano, come l'amore e l'amicizia.
Non sapevo quanto avrei dato, ora, per la centesima parte di quelle emozioni che tanto mi infastidivano. E' per questo che ora penso che il tratto umano fondamentale sia la stupidità, come vi dicevo all'inizio. Non per gli errori che si commettono, ma per le occasioni che si lasciano.
Fatemi un favore, se potete: cercate di vivere il vostro tempo intensamente, senza paure, frenesie e con un po' di coraggio; basta così poco, a volte, per toccare il nocciolo della vita; poi venite da me, di tanto in tanto, a raccontarmi per bene cosa si prova a vivere: io sono Fabio Locatelli, quello del vialetto IVa, con la lapide a forma di cuore.




| ^ | | SOMMARIO | SOMMARIO BREVE | INFORMAZIONI |