RECENSIONI
a cura di Laura Carafoli, Matteo Reale, Vanamonde, Lupus, Michele Ridi



Mariatersa Di Lascia, "Passaggio in ombra"
Feltrinelli, 1995, pagg. 267, L. 26000


"Nella casa dove sono rimasta, dove tutti se ne sono andati e finalmente si è fatto silenzio, mi trascino pigra e impolverata con i miei vecchi vestiti addosso, e le scatole arrampicate sui muri scoppiano di pezze prese nei mercatini sudati del venerdì."
E' il caso letterario dell'anno, o sarebbe meglio dire il caso editoriale dell'anno: c'è una differenza non marginale. Il libro di Mariateresa Di Lascia è stato sostenuto con convinzione dalla casa editrice Feltrinelli, che è riuscita a imporlo a un premio come il "Premio Strega". Il "battage" pubblicitario e culturale l'ha portato a essere paragonato a un altro grande successo e caso del dopoguerra, "Il Gattopardo", anch'esso della Feltrinelli, anch'esso postumo. Va detto che parte del suo successo è dovuto al fatto che costituisce una felice novità di una scrittrice appena scoperta. Ma lascerei paragoni irriverenti e miopia storica al mondo paludato dei premi letterari per occuparmi esclusivamente del suo valore narrativo.
"Passaggio in ombra" mi piace per il suo taglio di flashback e accumulazioni di ricordi e di storie che ora si rompono e ora si intrecciano. Quest'ultimo verbo è la mia correzione a un refuso che forse chiarisce meglio la struttura narrativa del romanzo: le storie si "inceppano". Proseguono a strappi e a balzi, si interrompono a causa di un blocco della memoria, psicologico ed emotivo, per il peso di lacrime trattenute e razionalizzate al livello della scrittura. La protagonista, ormai invecchiata e disillusa, rievoca le vicende della sua famiglia, l'infanzia in un piccolo paese meridionale, la giovinezza tormentata, i segreti mai prima d'ora rivelati.
Vediamo, così, scorrerci davanti i personaggi protagonisti. Il padre, la madre che non l'ha mai voluto sposare, la zia eccessivamente protettiva, il primo amore, la storia italiana del dopoguerra che rimane sullo sfondo senza mai volere interferire. E inevitabilmente scorre il ricordo della voce narrante, che talvolta fa la sua comparsa per poi nascondersi tra le pagine e proteggersi. Vorremo sapere di più di questa donna, non ci basta esserci impossessati dei suoi desideri e pensieri, privati alla sua intimità, vogliamo conoscerla come è ora, capire il perché della sua confessione e della sua solitudine.
Il romanzo segna qualche battuta d'arresto proprio quando non vuole concedersi, e le storie della famiglia meridionale si avvolgono su se stesse come un nastro un po' ripetitivo e già sentito. L'abilità della Di Lascia di raccontare l'ambiente e gli stati dell'animo si ferma di fronte a delle figure dai contorni troppo definiti, statiche, come quella del padre e dello zio; non più vissute e coinvolgenti come l'io che racconta, che vediamo crescere negli anni. Le domande che vorremo fare alla protagonista non avranno risposta, così come quelle rivolte all'autrice del romanzo, prematuramente scomparsa: ci dovremo accontentare sia per l'una che per l'altra di scarne notizie biografiche e dei racconti che loro stesse ci hanno voluto lasciare. Mariateresa Di Lascia ha fatto per molti anni attività politica nelle file del Partito Radicale fino a esserne eletta deputato nel 1987 e a diventarne il Vice presidente. Ha scritto un primo romanzo, mai pubblicato, nel 1988, "La coda della lucertola". Tra il 1988 e il 1992 si è dedicata proprio a "Passaggio in ombra", che è uscito soltanto quest'anno. Alle prime due opere ha aggiunto 4 racconti, dei quali "Compleanno" ha vinto il "Premio Millelire" e l'ha rivelata. Un terzo romanzo, "Le relazioni sentimentali" è rimasto nella penna, incompiuto. Il suo vecchio compagno di partito Marco Pannella l'aveva soprannominata, profeticamente, la "Strega". [m.r.]



Hugo Pratt, "Corto Maltese - una ballata del mare salato"
Einaudi, L.22000

Dopo quasi trent'anni, l'epopea di Corto Maltese termina con lo stesso titolo con cui era iniziata: "Una ballata del mare salato". Nel 1967 era una storia a fumetti, nel 1995 è diventata un romanzo pubblicato da una delle più prestigiose case editrici italiane. Si tratta però di un'operazione che fin dal primo momento lascia perplessi. La trasposizione di un'opera da un mezzo espressivo a un altro non è mai priva di rischi, e al crescere del valore dell'opera originale diminuiscono le probabilità che il risultato finale lasci soddisfatti (e ben doveva saperlo Pratt, che finché era in vita ha sempre negato il proprio assenso a una riduzione cinematografica delle avventure di Corto Maltese, rifiutando, pare, offerte allettanti e lusinghiere). Se questo si è dimostrato vero in molti casi nella trasposizione cinematografica di opere letterarie, dubbi ancora maggiori si dovevano avere in questa particolare circostanza, che rappresenta in un certo senso il caso inverso: invece di aggiungere immagini alla parola scritta, qui si trattava di toglierle.
Trasporre un fumetto in un romanzo è un'operazione perlomeno insolita, e ricorda molto la sciagurata pratica della novelization, in cui film di successo vengono traslitterati in romanzi la cui qualità è sempre, ahimè, scarsa o dubbia.
Certo, un risultato negativo era possibile, ma non scontato. Se l'autore avesse affrontato l'impresa proponendosi non di clonare la sua opera precedente, ma di sfruttare il differente strumento narrativo per mettere in luce nuovi aspetti dei personaggi, avrebbe avuto la possibilità di scrivere quel grande romanzo che un personaggio del calibro di Corto Maltese senza dubbio meritava.
Purtroppo (lo dico a malincuore, con tutto l'amore che provo per l'opera di Pratt) non è stato così. La quasi totalità del testo di "Una ballata..." si limita a ricalcare pedissequamente la storia originale, al punto che in alcuni passi sembra quasi di sentire il ritmo della scansione per vignette. Pratt si allontana dalla via maestra solo per qualche divagazione storica o etnografica (interessante ma narrativamente controproducente) e per qualche breve flash-back sulle vite dei personaggi (ma ne avremmo voluti di più, molti di più!). Quel che è peggio, proprio le due maggiori doti dei fumetti di Pratt vanno completamente perdute nella trasposizione. Dove al fumetto bastano pochi sapienti tratti in una vignetta silenziosa per caratterizzare infallibilmente un sentimento, il romanzo si abbandona a pedanti spiegazioni sui processi mentali dei personaggi. Dove il fumetto intreccia liberamente realismo e fantasia, facendo parlare gli indigeni papua in veneziano stretto e affibbiando a un melanesiano il nome di Sbrindolin, il romanzo si attiene alla bieca realtà: i papua parlano nella loro lingua, e Sbrindolin passa dal veneziano all'inglese e si trasforma in un anodino Trampy.
No, decisamente no. Se volete avvicinarvi all'universo di Corto Maltese, meglio lasciar perdere questo romanzo e avvicinare invece una tra le tante bellissime storie che hanno costruito il mito del marinaio con l'orecchino: da "Corte sconta detta arcana" a "La casa dorata di Samarcanda" alla stessa "Una ballata del mare salato" con cui il mito ha avuto inizio.[m.p.]



Hanif Kureishi, "The black album"
Bompiani, pagg. 266, L. 26000


"Una sera, uscendo dal bagno comune del suo piano, Shahid Hasan aveva richiuso la porta con una corda, e si stava abbottonando sotto una lampadina fioca, quando si aprì la porta della camera accanto allasua e ne uscì un uomo con una cartella in mano."
Mi sono accostato con una certa diffidenza a questo libro di Kureishi, già autore del "Budda delle periferie" e, soprattutto, delle sceneggiature di"Sammy e Rosie vanno a letto" e "My Beautiful Launderette", deliziosi film tutti eighties di Stephen Frears.
Ho dovuto presto ricredermi: pochi racconti mi sono apparsi così cinematograficamente perfetti, così lisci e scorrevoli, appassionati ed intelligenti. A uno potrà anche fregar poco dei problemi della multietnicità in una città così spaventosamente coagulata e coagulante come Londra, ma i disastri provocati da qualunque forma di stretta osservanza delle ortodossie ideologiche e/o religiose (come, in questo caso, il fondamentalismo islamico) toccano mai come in questo momento tutti.
Il titolo del romanzo ha un riferimento manifesto all'omonimo disco/bootleg di Prince ed uno (almeno così a me è sembrato di capire) un po' più nascosto ai "Versetti Satanici" di Salman Rushdie, celebre pietra dello scandalo editata nel 1989, anno in cui, guarda caso, è ambientato il racconto di Kureishi (e, in effetti, pur senza mai nominarlo, il libro di Rushdie è da considerarsi come uno dei protagonisti di "Black Album").
Questo libro, che appare in tutto e per tutto un bildungsroman, è anche molto semplicemente la storia di un ragazzo anglo-pakistano, Shahid, che si trasferisce a Londra per iscriversi all'università e incontra, in qualità di stella più fulgida del corpo docente, una professoressa votata a Prince, all'Ecstasy e accanita frequentatrice di rave-parties. Non esiste, in tutto il libro, la pur minima descrizione di questa strambissima Deedee Osgood, i cui tratti vengono per l'appunto marcati solo attraverso i dialoghi. Eppure è assolutamente impossibile non innamorarsene.
Insomma, gran libro. Unico appunto: la traduzione è a volte macchinosa e ogni tanto affiorano qua e là dei passaggi abbastanza incomprensibili. Se conoscete l'inglese è il momento di andare a pescare l'edizione originale. [l.]



Angelo Guglielmi, "Trent'anni di intolleranza (mia)"
Rizzoli, pagg. 273, L. 28000


Questo è un libro strano. Pur rientrando in una categoria da muri alti come quella della saggistica, sarebbe improprio definirlo saggio. Guglielmi, co-fondatore del Gruppo 63 (e quindi inventore e sostenitore della neo-avanguardia) insieme a Umberto Eco, Nanni Balestrini, Edoardo Sanguineti e compagnia bella ha da poco concluso quella sua duplice e singolare attività di critico letterario -principalmente su Espresso e Stampa- e direttore di Rai3 in quanto cacciato dalla sua poltrona di dirigente RAI dopo l'insediamento dei nuovi vertici aziendali voluto dal governo Berlusconi. Oggi si dedica quindi solo alla letteratura non senza una certa amarezza, consapevole com'è di aver inventato un nuovo, benemerito modo di fare televisione.
Il libro è composto di frammenti, nient'altro che frammenti. Una cavalcata tra le centinaia e centinaia di libri italiani usciti negli ultimi trent'anni, densa di spunti polemici, elogi sperticati e qualche piccola cattiveria a me parsa quasi mai gratuita. Dalla venerazione assoluta e senza condizioni per Carlo Emilio Gadda e Giacomo Debenedetti (suo insigne maestro nell'arte della critica) alla netta avversione per autori e libri a suo modo di vedere estremamente sopravvalutati (un esempio per tutti, Pasolini), Guglielmi spazia qua e là con rigore e notevole senso delle proporzioni in giudizi sempre più che circostanziati nonostante l'estrema sintesi degli stessi. La lettura è veloce e molto godibile, anche se, almeno in un caso, cade in un piccolo delirio di vittimismo ed autoindulgenza: l'appendice finale del libro riporta un piccolo "Blob" delle accuse a lui rivolte da insigni personalità del mondo culturale italiano, secondo cui lo stesso Guglielmi e la sua rete non solo non avrebbero fatto nulla perché il paese non virasse a destra in occasione delle elezioni politiche del 27 marzo '94 (decretando quindi il fallimento di tutti i programmi culturali da lui sostenuti in trent'anni di attività e, per così dire "di intolleranza") ma addirittura avrebbero in qualche modo favorito l'ascesa di Berlusconi. Accuse queste certamente ignobili, ma il cui inserimento in questo libro (con tanto di risposta giustamente invelenita) suona abbastanza stonato. Non esiterei comunque a consigliare "Trent'anni di intolleranza (mia)" a chi volesse orientarsi negli sterminati meandri delle correnti letterarie che dagli anni sessanta hanno ispirato capolavori e scartine. [l.]



Edoardo Nesi, "Fughe da fermo"
Bompiani- i Libri di Panta, L.20000


"Marty ha un cellulare che intercetta le telefonate degli altri cellulari: basta premere dei tasti in un certo ordine e il suo cellulare diventa ricevente. Oggi abbiamo sentito una telefonata incredibile."
Ho letto "Fughe da fermo" con voracità e, a tratti, un certo disgusto. MI è di recente capitato di assistere ad un'intervista con l'autore (giovane), in cui costui spiega la motivazione che lo ha spinto a comporre la sua opera: voleva descrivere, più o meno minuziosamente, il tessuto quotidiano di un individuo altrettanto giovane la cui connotazione politica fosse inequivocabilmente di destra. Bene, io il libro l'avevo letto prima di vedere l'intervista e giuro di non essere assolutamente riuscito a cogliere nella lettura questo particolare, che anzi, data la sua importanza, non dovrebbe essere affatto considerato tale. Le vicende narrate nel libro affrontano effettivamente la vita quotidiana di un ragazzo immerso nella più che benestante provincia toscana, ma quello che ne vien fuori è il ritratto di un odiosissimo borghese e dei suoi insulsi e beceri amici, di un'esistenza annoiata, idiota, sadica, viziata e totalmente avulsa da qualsivoglia riferimento culturale che non sia quello che domina l'estetica del portatore sano di telefonino-macchinone-soldi in abbondanza sempre e comunque. Il protagonista ed i suoi amici godono nel violentare ed umiliare viados e puttane, nel fregare il prossimo così, senza una ragione precisa, nel progettare e mettere in atto attentati dimostrativi che non dimostrano proprio niente e, allo stesso tempo, consumarsi d'amore platonico per ideali ed irraggiungibili fanciulle che, ovviamente, di loro non ne vogliono sapere.
Leggendo "Fughe da fermo" ti fai una particolareggiatissima idea dell'esistenza di uno stupido coglione che prima o poi dovrà ricevere qualche mazzata dalla vita per sapere come ci si comporta, anche se non ti domandi affatto se l'ideologia di costui vada a parare da qualche parte (in effetti nel romanzo si parla di tutto tranne che di idee o dubbi e domina incontrastato il qualunquismo). Il fatto che Edoardo Nesi abbia manifestato l'intenzione di incentrare il suo primo romanzo su un giovane che DOVEVA essere di destra, mi rassicura in primis sul talento dell'autore, e poi mi svela che non mi sono mai sbagliato su una certa equivalenza politica/sociale con cui ho quasi sempre scelto le mie amicizie. Un particolare inquietante: sono numerosi i punti in cui la narrazione si fa così penetrante e personale da far pensare che, data la giovane età dell'autore e la sua relativa inesperienza letteraria, si tratti di vicende autobiografiche. Brrr... [l.]



Alessandro Veronesi, "Venite, venite b-52"
Feltrinelli, pp. 270, L. 30.000

"In una chiazza di tersa luce mattutina, carezzato dal vento che si intrufolava attraverso la finestra socchiusa, incitato dal cinguettio degli uccelli di bosco in giornata di gran vena canterina, Ennio finì di masturbarsi."


1. La struttura

"Venite, venite B-52" è un libro sorprendente. Sarà che chi vi scrive non si aspettava niente dalla lettura, sarà la circostanza non secondaria che mi trovavo in vacanza quando ho aperto la prima pagina, però, lo confesso, questo libro mi ha veramente sorpreso, in senso positivo ovviamente.
La storia è molto "italiana", basti pensare che il personaggio principale di mestiere fa il telefinanziere (un personaggio alla Mendella per intenderci) che è scappato con i soldi dei poveri risparmiatori. Ricostruire la trama in poche righe è un'impresa decisamente ardua se non impossibile; la tecnica narrativa di Veronesi è davvero notevole, soprattutto nella prima parte del libro, e le vicende si svolgono su due piani temporali differenti: da una parte c'è il giovane Ennio Miraglia (così si chiama il protagonista), sassofonista dilettante in cerca di ingaggio in una Versilia in pieno boom anni '60, dall'altra un Miraglia ormai uomo fatto, telefinanziere latitante nell'era delle telecomunicazioni di massa, preda di manie masturbatorie e circondato da personaggi incredibili.
"Venite, venite B-52" possiede tutti i requisiti necessari alla buona lettura: scorrevole, divertente, sorprendente e, perché no, anche originale. Originale perché Veronesi intrattiene un vero e proprio dialogo con il lettore: tra le pagine del libro, capita di ritrovarsi a leggere un capitolo che doveva esserci ma non c'è, e,a sentire l'autore, è meglio così, colpa vostra se avete abboccato all'amo (non voglio dirvi di più per non rovinare l'effetto sorpresa); oppure, sul più bello di una scena, si interrompe la narrazione e vi trovate a leggere una supplica di Veronesi verso chi dovrà sceneggiare il suo film per il cinema. Insomma, si è sballottati continuamente da una parte all'altra su piani temporali differenti con il rischio sempre presente di venir presi per il naso dall'autore: praticamente è impossibile non farsi appassionare dalla lettura.
Non vorrei però che si pensasse che questa originalità costituisca l'unico pregio del libro; la caratterizzazione dei personaggi (a proposito della quale vi rimando all'articolo di Lupus qui sotto) è quasi straordinaria, dico quasi perché nel caso di Viola, la figlia di Miraglia, non ho ritrovato la stessa freschezza degli altri; l'intelligenza con cui Veronesi sa tratteggiare lo sviluppo della mentalità italiana dai '60 agli '80; la complessità della trama che, come abbiamo già detto, coinvolge due generazioni. Insomma, davvero un libro interessante che senza dubbio vale la pena leggere. [m.r.]


2. Dramatis personae

"Venite venite B52": più che essere un vero e proprio romanzo è una storia, nel senso più pieno che si può dare a questa parola e in altre tre o quattro denotazioni-accezioni. E' una storia, intesa come vicenda, che si dipana nella Storia e svariati dubbi sorgono su quale delle due funga da reale protagonista: non è certo Ennio Miraglia, il "main character", a dominare l'intreccio; Ennio serve solo da metasfondo (lo sfondo di primo grado è la Versilia trent'anni fa e oggi, lo sfondo di secondo grado è l'Italia vista come epicentro dei rapporti socioeconomici tipici della migliore/peggiore borghesia europea), da burattino qualunque manovrato con soverchieria ed arroganza fatale dall' "unica parte al di sopra delle parti" che si possa immaginare. La Storia brutale, anche con uomini ribelli, astuti, cocciuti ed orgogliosi come il costruttore Saligari, la Storia che piega al suo imperscrutabile capriccio mode, tendenze, gusti di massa e tutti i sistemi che da loro si inventano per cavar fuori denaro. Persino il self-made-man, colui che può apparire come il manovratore nell'ombra, è in ultima analisi costretto a percepire le proprie azioni come mere orchestrazioni di un'Entità sovrastante. Non rimane che accettare la propria genuflessione, con animo il più possibile franco e forte.
I personaggi di "Venite venite B52" sono tutti molto belli tranne uno. Ennio è colui a cui, istintivamente, non si può non voler bene. Essendo questo praticamente un bildungsroman, le cose devono andare in questo modo, e anche quando, nel corso della vicenda, il nostro infila una collana di corbellerie, l'occhio del lettore, proprio per questo, non può che legarsi ed adeguarsi al cuore e mantenersi quindi più che benevolo; Saligari è irto, aspro, sanguigno come nessun Claudio Gora (storico cummenda della commedia all'italiana) ci è mai apparso sullo schermo; Luciana, la sfumata, fragile ed egoista moglie di Ennio, funziona proprio perché mai realmente tratteggiata a tutto tondo. Anche nella definizione dei comprimari Veronesi non sbaglia il colpo: Paolo Bollicino e Giordano acquistano carne ed ossa via via che le pagine scorrono. L'errore, che diremo grosso per non chiamarlo enorme, l'autore lo compie nel formare il secondo personaggio fondamentale del romanzo, ovvero colei che pronuncia la frase che a questo dà il titolo. Viola, figlia di Ennio, risulta -al contrario di tutti gli altri caratteri- immediatamente una "finzione finta", un'ombra che non spicca nemmeno per un momento il volo verso la credibilità. Il problema, in una qualsiasi altra storia, non sarebbe nemmeno risultato tale, ma in una vicenda dai contorni volutamente iperrealistici è da considerarsi grave, gravissima mancanza, tanto più qualora il personaggio in questione possieda, come in questo caso, rilevanza centrale. Veronesi, dopo aver forgiato Viola -ispirandosi, sembra, a Charlotte Gainsbourg-, pare essersene innamorato a tal punto da voler escludere la platea dei lettori dai suoi sentimenti. Accade così che ogni singolo pensiero di Viola, ogni parola da lei pronunciata, risulti irrimediabilmente artefatta e a lei non consona, in special modo qualora si volesse vedere nel personaggio facili simbolizzazioni di conflitto intergenerazionale. [l.]



Jarmila Ockayovà, "Verrà la vita e avrà i tuoi occhi"
Baldini&Castoldi, pagg. 141, L. 20000


Il titolo di questo romanzo non passa inosservato: pare la versione "ottimistica" di una ben più nota raccolta di poesie di Cesare Pavese, datata 1951. Ammetto di non aver gradito a priori la trovata, per il rispetto misto a devozione che nutro per lo scrittore piemontese.
Preconcetti a parte, gli occhi del titolo, grazie ai quali si riesce ad accettare e ad accogliere l'esistenza, sono quelli di una giovane donna, Barbara, morta prematuramente. La narrazione, costruita sui ricordi, nasce proprio ai piedi della sua tomba ed è raccontata in prima persona dalla più cara amica di Barbara, Stefania.
Le due giovani si erano incontrate appena ventenni in un viaggio che le portava alla stessa destinazione; si erano accorte immediatamente di avere in comune la stessa passione per la vita e la stessa inquietudine esistenziale. Questo bastò per condividere casa, quotidianità ed esperienze per diversi anni. Ma Barbara portava dentro di sé qualcosa che, piano piano, stava impedendole di vivere; un senso di colpa logorante, legato alla morte della madre e, forse, un trauma d'abbandono causato dall'assenza del padre. L'incapacità di Barbara di esprimere quel suo profondo disagio e la solitudine che sentiva invincibile, l'avevano portata ad un primo tentativo di suicidio.
Ricoveri, psichiatri e incubi mutano il tessuto narrativo del libro della Ockayovà, che, a questo punto, diventa un insieme di teorie filosofiche, psicanalitiche, psichiatriche, mitiche, mistiche e chissà cos'altro. Si trovano troppo espliciti riferimenti che vanno da Socrate a Jung, dalle teorie del dualismo mente-corpo all'interpretazione dei sogni, dal panteismo al nominalismo berkeleyano. Insomma c'è una sorta di esposizione colta, didascalica che purtroppo toglie un po' di "verità" al racconto.
Dopo aver rammentato la breve, ma sofferta, parte di vita spesa vicino alla inquieta amica, Stefania, nell'epilogo, ritorna al presente per constatare il suo ritrovato amore per l'esistenza tutta che ritorna ad appartenerle grazie a una sorta di "intuizione naturalistica" avuta proprio grazie alla lunga conversazione con la compagna defunta.
Il ritmo pacato e consolante della vita naturale, l'accorgersi dell'inaspettato respiro dei fiori e dell'abbraccio riposante che le colline verdi tendono agli esseri umani, tutte queste nuove sensazioni riportano Stefania al tempo biologico, perduto per anni nell'affanno di quello sociale: frenetico, disumano e privo di mistero.
Questa è la parte più riuscita all'autrice che, pur essendo di madrelingua slovacca, crive inturaledo di madl'aveva scrive in un italiano molto ricco e ricercato soprattutto nelle descrizioni del mondo naturale. Questo forse è dovuto anche al profondo legame dell'autrice con la tradizione favolistica (la Ockayova ha tradotto antiche fiabe slovacche che sono raccolte nel libro Il re del tempo pubblicato da Sellerio) e con tutti i segreti che appartengono a un universo, a volte incantato, partecipe della vita umana, che respira e dà risposte fondamentali a chi lo sa interrogare. [l.c.]




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