Incontro con Franca Rame
di Paolo Pedote


Credo che tutti conoscano il teatro di Franca Rame e Dario Fo e non è certo necessario che io ve ne parli. Dico semplicemente che ho avuto l'opportunità di incontrare la signora Rame e di parlare con lei di teatro.

-Signora Rame, da anni lei promuove rassegne nelle quali il programma è costituito da sole donne. Vogliamo parlare di questa sua iniziativa?

Ciò che ho cercato di fare è promuovere un teatro che porti in scena donne che parlano di se stesse in modo grottesco ed ironico, mettendo però nello stesso tempo in risalto tutti i problemi che le affliggono, che le riguardano da vicino, e che non riguardano certo gli uomini. E' un modo come un altro per dare la possibilità ad attrici e registe, ed è chiaro anche a scrittrici, sconosciute, di farsi vedere, possibilità che il sistema attuale del nostro teatro non dà; un modo per cominciare ad emergere, come dire, un modo per farsi le ossa. Ed il fatto che alle selezioni si siano presentate a migliaia da tutta Italia, è segno che ho ragione: c'è bisogno di più spazio per le donne nel teatro.

-Sempre in relazione a questo discorso, cioè promuovere nuovi percorsi teatrali, vorrei parlare con lei del rapporto che intercorre tra il teatro e la politica, quando appunto la posizione che si prende è decisamente politica, nel senso più lato ovviamente.

E' essenzialmente una questione di scelte. C'è la TV digestiva, c'è la TV politica, quindi c'è un teatro digestivo e un teatro politico, sempre in senso lato come dice lei, dove appunto non si tratta semplicemente di manifestare la propria militanza in qualche partito.
Siamo in una società in cui la TV ci educa alla violenza, anzi direi che la TV è proprio una scuola di violenza, ci insegna a delinquere: stupri, spaccio di droga, corruzione, omicidi. Io trovo tutto questo mostruosamente esasperante e soprattutto distruttivo. Ritengo che ormai siamo completamente vittime di un'ideologia della morte. Ha mai provato a guardare la TV dopo le dieci e mezza di sera? Io trovo che sia una cosa disgustosa, non so se ha capito perché le ho parlato di televisione, ma il teatro penso abbia il compito di contrastare il più pìossibile questo sistema televisivo che ci opprime in maniera vergognosa.

-Lei e Dario Fo: quale rapporto intercorre tra il vostro teatro?

Se pensi che è da quarantacinque anni che stiamo insieme, puoi immaginare quale rapporto c'è tra noi. Beh, io parlerei di scambio in tutti i sensi; Dario mi ha dato tutto, ma soprattutto mi ha dato sicurezza. Io non sono una persona molto sicura e sono anche molto timida, Dario mi ha dato fiducia in me stessa. Il nostro teatro è molto simile; ovviamente lui è un noto drammaturgo, regista, io non rivesto questo grande ruolo nel teatro italiano, ho le mie chiavi di lettura e porto avanti le mie idee, di donna soprattutto, sempre per non ripetermi.

-Certo, comunque se non sbaglio lei proviene da una famiglia di attori...

Io ho cominciato a recitare a otto giorni in braccio a mia madre. La compagnia dei miei recitava Shakespeare e altri autori di questo peso, ma era comunque una compagnia di teatro popolare.

-Una domanda più tecnica: Goldoni separe la satira dalla comicità e opta per la seconda ritenendo la satira qualcosa di negativo. Cos'è per lei la satira?

La satira per me è fondamentale, per il teatro che faccio non è possibile farne senza. Certo oggi fare satira è molto difficile, basta pensare che ci sono personaggi nella politica e nella televisione che sono già la satira di loro stessi, come dire, sembra quasi si prendano in giro da soli. Arrivi tu con il tuo testo, ma non fa più ridere: è più comico vedere gli originali insomma.
Comunque a proposito di Goldoni, non deve dimenticare che era un borghese e quindi, come tutti i borghesi, non poteva apprezzare la satira, per lui era pericolosa. Anche oggi ci sono attori che fanno solo comicità, ma parliamo allora di quel teatro digestivo che serve a fare il ruttino. Non mi interessa, trovo più divertente fare satira: per me resta essenziale.



Copi, ovvero l'arte di mettere in scena la propria morte
di Paolo Pedote


Pasolini in "Affabulazione", tragedia scritta nel 1966 come d'altronde tutte le sue tragedie, fa parlare l'ombra di Sofocle la quale, al padre tormentato da un incubo, dice:

"L'uomo si è accorto della realtà
solo quando l'ha rappresentata.
E niente meglio del teatro ha mai potuto rappresentarla."

A questa citazione possiamo accostare un aneddoto molto importante per la storia del teatro: Molière morì in scena recitando il suo "Malato immaginario".
Ecco il punto: l'uomo si fa uomo nel momento in cui si rappresenta, quando cioè si mette in scena, nel bene e nel male. Il suo corpo vive, ha spessore ed estensione, e quindi spirito, poiché è un corpo scenico, drammaturgicamente ideato, scritto ed inscritto nello spazio e nel tempo; in altri termini un corpo rappresentato. Se non fosse per questa possibilità di osservarsi, di vedersi, di analizzarsi, ovvero mettere in moto un processo critico, mentre compie i suoi gesti, mentre soffre, mentre sceglie, non si potrebbe parlare dell'uomo come lo intendiamo noi.
Il senso comune questo non lo riconosce, non lo può riconoscere. Gli unici a saperlo sono gli attori, i registi, i drammaturghi, i buffoni di strada e da circo. Essi vivono nella consapevolezza che il mondo e l'uomo sono rappresentazioni.
Ma allora facciamo un'ipotesi: un uomo, attore regista e drammaturgo, quindi un uomo consapevole del proprio destino ed abituato a vivere la propria esistenza come la sintesi del suo inventarsi e costruirsi sul palco, scopre di essere malato di AIDS e di avere i giorni contati. Cosa gli resta da fare? Quale ruolo potrà recitare? Quale tragedia dirigere o inventare?
Nel 1985 Raul Damonte, in arte COPI, un argentino trapiantato a Parigi, attore, regista, drammaturgo, travestito e non solo, romanziere e per le occasioni disegnatore, dava al regista Jorge Lavelli la commedia "La notte di Madame Lucienne" che fu rappresentata per la prima volta il 25 luglio nell'ambito del festival di Avignone. Con sufficiente certezza possiamo affermare che Copi a quell'epoca era già malato di AIDS. Così questo testo è considerato dai critici una sorta di preludio rispetto all'ultimo ed emblematico copione: "Una visita inopportuna".
Copi scrivendo "La visita" mette in scena la propria morte, compone il suo testamento lirico, dimostrando che lo sforzo del teatro, in tutte le sue forme, non può che essere questo: se l'uomo sa che deve morire, il teatro deve mettere in scena la sua morte. Ma anche in questa circostanza Copi non tradisce il suo modo di esprimersi, non abbandona lo stile che lo contraddistingue. Egli aveva la necessità di ridere di ogni cosa e quindi soprattutto di se stesso. La satira e l'ironia delle sue pièces colpiscono innanzitutto la sua figura di omosessuale travestito, di omosessuale che parla come una checca; ma anche dell'intellettuale che rimane impotente di fronte a questa tragedia e che può solo divertirsi con la propria annunciata fine. Del resto non si capisce perché uno che ha passato la vita a prendersi in giro, adottando come unico sistema critico l'autoironia, e a rompere ogni sistema morale, dovrebbe improvvisamente trasformarsi in tragico trovandosi di fronte alla propria morte. La vera tragedia è piuttosto il fatto che di fronte alla morte tutto diventa ridicolo, anche l'essere inchiodati ad un letto e avere la gambe atrofizzate che provocano dolori lancinanti.
"La visita" è l'ultima pagina di un grande buffone che mette in scena le sue ultime ore contate per far ridere gli ospiti di passaggio, lo sberleffo dell'artista che riduce la morte ad artificio teatrale.
Cyrille, il protagonista, è un attore malato di AIDS che si trova in una camera di un ospedale parigino (ecco la scena).
La prima a far visita al malato è una scaltra e simpatica infermiera, che senza ombra di pudore, tra un'iniezione e l'altra, gli chiede in regalo un po' d'oppio da provare in qualche seratina speciale con il marito. Questo personaggio è costantemente presente per tutta la pièce e offre attraverso le frequenti entrate e uscite un tono vivace alle trentasei scena della "Visita".
Entra come secondo visitatore Hubert, fedele al maestro fino alla fine, e porta con sé un dono speciale: un mausoleo al Père Lachaise, costruito su un terreno in faccia a Oscar Wilde.
Successivamente si presenta un giornalista, un giovane laconico, paragonato da Cyrille ad un Botticelli. Alla fine si scoprirà che non era affatto un giornalista e che l'intenzione non era quella di intervistare il grande attore.
Un'altra visitatrice, decisamente inopportuna, è Regina Morti, una chiassosa e fanatica cantante lirica che, tra un gorgheggio e l'altro, dichiara di voler sposare Cyrille in quanto affetto da una malattia così "sublime" che darà loro la possibilità di morire insieme schiacciati dal peso di scandalose avventure. La poverina avrà una cattiva sorte: subirà una lobotomia. Ad operarle sarà il professor Vertudeau, ultimo ad entrare in scena. Quando questi arriva, Cyrille gli domanda espressamente quando dovrà morire e senza reticenze il professore gli fa osservare che dopo due arresti cardiaci e un come, in realtà avrebbe dovuto essere già morto da sei mesi, sicché poteva ritenersi fortunato. Ma ciò di cui si dispiace Cyrille è di non aver più la possibilità di recitare il "Riccardo III". Il professore in seguito, presenterà anche lui la sua prima scientifica mondiale, proprio come se fossimo a teatro: un trapianto di cervello artificiale. A beneficiare di questo cervello al silicone sarà ovviamente Regina Morti, la quale rapita dal suo mondo lirico e drammatico di grande interprete, si risveglia ogni tanto dal suo svenimento solo per gorgheggiare. Il suo vecchio cervello lo darà in dono a Cyrille in pegno della sua fedeltà; ma questo pezzo di materia grigia intorpidito dai ricordi (Regina Morti non può che simboleggiare il teatro e quindi il passato del protagonista) ormai serve solo da colazione per il gatto. Di fatto il passato a Cyrille non può che far paura.
Il linguaggio della "Visita" è il linguaggio della ripetizione, rapida e incalzante, che a volte assume il tono di una musichetta da Luna Park. Una specie di giostra dove il ritmo delle battute dei personaggi è dettato dal rituale di una conversazione ridotta a delirio, altra caratteristica che contraddistingue il lavoro di Copi e non solo questo. Se dovessimo definire il suo teatro si potrebbe chiamare "dell'Assurdo", a causa di una certa visione beckettiana delle cose. Ma in quest'ultimo lavoro avviene una normalizzazione delle situazioni e mentre i personaggi beckettiani rimangono appesi al filo del surreale cercando di avvicinarsi alla realtà diciamo metaforicamente, i personaggi di Copi scoppiano, vittime di una iperrealtà che li trasforma in fenomeni da baraccone. Il compito della "Visita" è di rappresentare una recita della morte del protagonista, cioè una recita in cui il protagonista si esercita a morire (naturalmente alle cinque della sera!) perché questo è il suo più profondo desiderio. E' semplicemente questo l'espediente drammaturgico che adotta Copi: un attore, non avendo più la possibilità di mettere in scena alcunché fa le prove del suo ultimo spettacolo: investe il destino, lo precede. Così "La visita" diventa un gioco di scatole cinesi e per noi si rivela insufficiente parlare di teatro nel teatro. Ciò che avviene è un ulteriore spostamento che produce una catena infinita: il teatro nel teatro nel teatro...
Ma chi è il visitatore inopportuno? Chi tra coloro che ruotano intorno a Cyrille, determinando un grottesco frastuono, si rivela come un visitatore che avrebbe potuto benissimo rimanersene a casa e non infastidire con la sua presenza il malato sofferente? Tutti i visitatori della "Visita" in un modo o nell'altro annunciano a Cyrille la sua morte. Glielo dicono sfacciatamente, senza nessun tipo di reticenze: l'infermiera gli chiede di inserirla nel testamento; Hubert gli regala un mausoleo; il giornalista non farà l'intervista che tutti pensano dovrebbe fare, essendo appunto un giornalista, nel senso che non esprime neppure la volontà di intervistare il maestro, come per sottolineare che non c'è più nulla da dire; il professore si ritiene soddisfatto da un punto di vista clinico perché il fatto che Cyrille sia ancora in vita lo si può ritenere una specie di miracolo; e infine Regina Morti inscena un suicidio con un coltello da roast-beaf.
Sono tutti inopportuni i presenti in quella camera di ospedale e proprio per questo nessuno lo è. Sembra quasi banale dirlo, ma l'unico visitatore inopportuno è proprio la malattia, il virus che si insinuò nel corpo del protagonista e che ora impone a tutti gli altri la parte dei disturbatori. Ma Cyrille lo sa bene che tutti i presenti non sono che buffoni di un circo, così prende in mano la situazione: "Possiamo recitare tutto salvo la nostra vita."
Ecco perché il cinismo esasperato di questa pièce è più violento di una qualsiasi forma di drammatica serietà. Il cinismo rade al suolo, distrugge alla radice con la stessa violenza del virus. Il virus mi corrode rendendomi una larva? Io non posso allora che usare la sua stessa tattica. Copi non si è voluto arrendere fino alla fine: ci ha voluto far ridere anche della sua morte.
Avevamo inizialmente raccontato un episodio, l'ultimo per esattezza della vita di Molière: si dice che il sogno di ogni attore, regista e drammaturgo, sia di morire in scena. Molière non fingeva, per quanto il suo malato fosse immaginario. E tanto più non fingeva Copi che lascia un ulteriore vuoto nel teatro contemporaneo.




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